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Nessuna domanda

Signor Presidente del Consiglio,
       per quanto ci tenga a sottolineare che non ho minimamente contribuito all’ottenimento del titolo con il quale si fregia (in mancanza di meglio, dirá lei ovviamente), di fatto lei governa il mio Paese e, quindi, anche me.

Le scrivo principalmente per un motivo.
No, non pensi ad un’altra domanda quanto meno imbarazzante, di quelle ce ne sono giá tante in giro per lei e tutte rigorosamente senza risposta.
Ai tempi dei galantuomini, si diceva che domandare é lecito, rispondere cortesia. Ma si sá, si vive in questi altri tempi. Tempi in cui di Signori, quelli con la nobiltá d’animo, la lealtá, la saggezza, l’onestá, ed altre virtú, ne rimangono pochi e sono tutti tristemente emarginati. Tempi in cui peró ci sono i cosiddetti signori, quelli con la “s” minuscola, appellativo conseguito attraverso il potere, economico o politico poca importa: é comunque potere, capace di sopraffare in un qualche modo chiunque possa ostacolare il percorso verso il raggiungimento dell’obiettivo.
Penserá che sono un comunista e si sbaglia solo in parte: nel profondo lo sono ancora, nei princípi mi ci ritrovo sempre ma nell’assenza mi sento un po’ orfano (assenza, sí, perché in Italia é rimasto solo piú lei e i suoi piú fedeli yes man ad essere convinti che il comunismo esista ancora, ma tant’é).
Quindi sono solo un uomo che crede nel buon senso e nell’onestá; e credo nelle Istituzioni del mio Paese e nella Giustizia. Per quante parole potrei scrivere ora in merito ad ognuno di questi argomenti, non lo faró poiché il fine di questo scritto é un altro.

Il motivo per cui le scrivo é per dirle che il Paese che vorrei per mia figlia e per le generazioni che verranno ed anche per me é un Paese che sia governato da un essere umano che possa essere chiamato Signore. Che abbia l’intelligenza di comprendere che non ci sono piú destra e sinistra e centro ma solo buon senso. Che abbia la scaltrezza e la diplomazia necessaria per affrontare ogni avvenimento ed ogni problema con il fine di garantire a chi é governato di essere fiero del Paese in cui vive e delle scelte che, per quanto impopolari e complicate, nascono dall’esigenza di proteggere tutti, anche quelli che non l’hanno votata.
Perché, son certo non le sará sfuggito, lei non governa solo i “suoi” elettori (o presunti tali, considerando il nostro sistema elettorale) ma anche coloro i quali proprio non l’avrebbero voluta lí dov’é. Ma questa é la democrazia, lei lo sa, cosí come son certo sappia d’aver giurato fedeltá alla Costituzione di questo Paese in cui regna una democrazia speciale, quella parlamentare.

Inutile entrare nel merito delle sue contraddizioni, delle sue incoerenze rispetto al ruolo che riveste, della sua vita privata che -almeno nell’ambito del legale- riguarda il Paese solo nel momento in cui, affiorando, porta alla luce comportamenti sconvenienti a chi da lei é rappresentato, ovvero tutti gli Italiani. Inutile anche sottolineare che ci son stati Paesi ben piú grandi del nostro governati da ex attori che fino a poco prima brandivano spade barbare o addirittura cavalcavano mustang nelle praterie giocando ai cow boys, e quindi potenzialmente in condizioni anche piú ridicole.

Ma ritengo, per concludere, che non sia inutile (e comunque non voglio lasciare non scritto) farle presente che l’unico vero successo di uno statista da che tempo é tempo é la memoria che lascia di ció che fa.
Pensi ad uno qualunque dei capi di governo nostri o stranieri, di ieri o del passato piú remoto e per ognuno cerchi di abbinargli il primo fatto eclatante che glielo ricordi: mi piacerebbe avere un Presidente del Consiglio che non si ricordi per le imbecilli barzellette che fan ridere solo i suoi yes man, o per le giovani fanciulle a palazzo Grazioli e a villa Certosa, o per i duetti con Apicella bandana e chitarra, o per le corna nelle fotografie di gruppo come alle elementari, o per il gioco a nascondino con tanto di cucú, o per l’assoluta mancanza di classe e galanteria verso una donna che seppur avversario politico merita comunque rispetto, o per tanti altri accadimenti anche piú pesanti che potrei citare e magari anche ipotizzare (…).

Tutti abbiamo una dignitá umana. Poi possiamo giocarcela vivendo.
Pochi peró hanno l’onore e l’onere di rendere la propria a rappresentanza di un popolo. E lei é tra questi.
Non credo sia piú in tempo per recuperare la sua e di conseguenza la nostra, ma rendersene conto sarebbe giá un bel passo avanti.

Solo parole

É sull’onda emotiva della trasmissione Che tempo che fa di questa sera, con lo speciale Dall’Inferno alla Bellezza con Roberto Saviano che ha raccontato alcune  storie con un unico fil rouge, la parola, che scrivo ora.

Scrivo altre parole.
Parole che non sono un elogio ad un grande scrittore dei nostri tempi né ad un sublime narratore di ogni tempo.
Parole che non entreranno, se non marginalmente, nel merito del potere e della pericolositá degli scritti, per chi le scrive, per chi le legge e per chi, in un qualche modo, le subisce o se ne avvantaggia.
Parole che non hanno alcuna ambizione di paragone con quanto ho ascoltato per due ore e mezza, né tanto meno vogliono essere un loro compendio di alcun genere.
Sono peró anch’esse parole.
E, tra loro, una sola, unica riflessione -tra le mie tante- di questa sera.

Qualcuno.
Ascoltare.
Trasmettere.
Pensare.
Parole.

“Nulla andrá perduto fino a quando ci sará qualcuno che ascolta o legge le parole scritte da altri ed usa queste per pensare.”
Piú o meno queste le parole in una sua frase.
Ed é l’unica citazione -piú o meno precisa- che riporteró in queste poche righe. La riporto perché é fondamentale.

Ció che ognuno di noi scrive, e poi rende pubblico, trasmette, comunica qualcosa.
Potrá trattarsi di un’emozione, di un amore, di uno sfogo, di una rabbia, di un fatto all’apparenza banale, di un accadimento straordinario, di una denuncia, di un annuncio. Di una tragedia o di una gioia. Di poco o di tanto. Ma in ogni caso é qualcosa che é parte della vita di chi scrive o che almeno quella vita ha sfiorato, toccato, cambiato.

Chi leggo, chiunque io legga (sí, ammetto che se da una parte é vero che scrivo molto piú raramente rispetto ad un tempo, leggo praticamente con quotidianitá i blog del mio blog roll ed anche gli arretrati, quando mi capita di accumularne qualcuno) scrivevo che chiunque legga, mi comunica qualcosa di suo che, a prescindere dal suo volere, diventa anche mio.

Ed é proprio l’appartenenza delle parole e dei pensieri di altri ció di cui scrivo in questo post.
Ció che io scrivo, viene letto da qualcuno che se ne impossessa, lo fa suo ed in qualche modo lo usa. Magari per dimenticarlo e cestinarlo all’istante; o magari per pensare ed elaborare una posizione diversa da quella in cui credeva o magari solo per convincersi che il suo pensiero é il migliore; oppure ancora per discuterne con altri e trasmetterlo, a sua volta.
E poco importa del contenuto, se aver letto ed essersi impossessato di un’avventura, di un’emozione, di una denuncia, di un concetto, ha portato a crescere, se ha portato ad una coscienza piú consapevole, se ha permesso tra chi ha scritto e chi ha letto una sorta di silenziosa sinapsi capace di creare qualcosa di nuovo, anche se magari solo appena differente.

Ogni blog mangia e beve delle nostre parole.
Non serve altro.
E non c’é obbligo quotidiano di scrittura né di commento.
Ogni blog che chiude, non permette piú a nessuno di rileggere qualcosa che, avendolo scritto pubblicamente, abbiamo condiviso, che é divenuto parte di noi.

Saviano ha iniziato con l’Iran e con Neda ed ha finito con la Cecenia e con Anna Politkovskaja, passando per Castel Volturno e per i gulag sovietici.

La parola ha un potere immenso, immenso quanto la sua pericolositá.
Ognuna di esse, ha un suo valore e peso, variabile in ogni contesto ed é onesto conoscerlo a priori, prima di usarle.
Ma una volta noto, é egoista non scrivere.
E la nostra fine non leggere.

Caro Pigi

Caro Pigi,
(giusto per non confonderci con il compianto Lello di bicromatica memoria Rai, né con il fine paroliere e compositore Samuele, perché di spettacoli e show forse ne abbiamo giá abbastanza) quindi dicevo, caro Pigi, domenica sono venuto a votarti.
Un bel sorriso mi si é allargato nel vedere tanta gente in coda a metá mattina, mi si é stretto un po’ nell’osservare che ero il piú giovane (…) ma poi mi son detto che forse i giovani stavano ancora ripigliandosi dal sabato sera. E comunque tre milioni di persone non sono poche, soprattutto considerando la volontarietá del gesto.

Ma veniamo a noi, che anch’io -nel mio piccolo- c’ho da fare.
Diceva l’Avvocato Agnelli che “la politica é l’arte del possibile”.
Quindi, non é che mi abbia sorpreso l’immediata apertura a Di Pietro, anzi; ed é un buon viatico politico perché magari aprirai -per raggiungere una percentuale degna di competere- anche a coloro che al momento sono incredibilmente extraparlamento ed offrirai loro la chance di rientrare a rappresentare chi, come me, si sente un tantino orfano. Come? non l’avevi capito? eppure avevo parlato chiaro: sí, é un matrimonio temporaneo e di interesse il nostro.
A meno che adesso non vi avviciniate voi a me, che io giá l’ho fatto, e che tra le tantissime cose:
1) liquidiate la Signora Binetti e spendiate una parola presso la Santa Sede per una sua subitanea ed aeterna investitura a perpetua del Pastore Tedesco;
2) prendiate un’unica posizione positiva verso il testamento biologico;
3) apriate compatti al rispetto di tutti, etero, omo, bianchi, neri, logorroici e muti, ciechi, sordi, diversamente abili, inabili del tutto, mediamente abili e quant’altri,
 e 4) la smettiate di chiedervi -che dall’aprile 2008 ad oggi tempo ne avete avuto- ed incominciate a risponderci, offrendoci davvero un’alternativa realizzabile.

Basta nani, ballerine, “ferrarini”, minorenni e minorate, canzoni napoletane cantate al cielo estivo lassú, palazzi “graziosi” zeppi d’arrivismo e triste rincorsa ad una virilitá ridicolmente esposta, apparire apparire apparire.
Forza Pigi, cerchiamo di essere davvero, questa volta.

(Breve pausa dallo sport domenicale: lancio del ferro su mucchi di bucato. Grazie al cielo, la caldaietta non ha una capacitá infinita…)

C’era una volta un grido che ci univa, per quanto di discutibile caratura culturale. Undici italiani che correvano cercando di essere i migliori e di rappresentarci e di farci eccellere agli occhi del mondo intero, spinti da un grido che oramai abbiamo dovuto strozzarci in gola da anni, da quando lui ha deciso che era roba sua.

Poi, il 25 Aprile: ha cercato di trasformare la festa per la Liberazione dell’Italia nella sua festa, che il suo popolo della libertá oramai é un trademark, omologato, alla faccia della libertá.

Poi di tentativi di appropriazione indebita, ce ne sono stati svariati altri. Brevemente -che la caldaia mi chiama-, ricorderei il Lodo Alfano -incostituzionale- ora finalmente cancellato. Per giustizia. E allora vuole prendersi la revisione della NOSTRA Costituzione e giá che é in ballo anche della NOSTRA Giustizia, magari con un referendum. Magari…
E siccome sti comunisti son dappertutto (*), anche la libertá di stampa vá ridimensionata, eccheccazzo!
Tralascio ogni commento sul nucleare (ma non c’era stato un referendum dal quale uscí che gli italiani proprio no lo volevano? e chiedergli di nuovo?), sul ponte di Messina (non frega ai messinesi né ai reggini, é uno spreco e pure pericoloso….), …

Prima di chiudere una precisazione: il nostro guaio non é lui.
É la mancanza di un’alternativa credibile.
Ma nell’attesa (Godot???), forse é il caso di ridimensionare le aspettative e di fare almeno un passo.

Dunque, prima che cerchi di appropriarsi anche della Rivoluzione, (roba da comunisti, sí, ma che all’uopo potrebbe anche essergli utile, magari senza passamontagna ma con il doppiopetto) io il 25 Ottobre Bersani lo spingo.
Un passo alla volta. É forse questa l’unica strada per tentare un cambiamento. Poi pian piano magari rientreranno i gruppi extraparlamentari di oggi (ma non di ieri) e se siamo fortunati ritroveremo la dignitá del nostro Paese davanti al mondo, un Paese che potrá anche incitare i propri rappresentanti in mutande che corrono sull’erba con quello storico grido che appartiene a tutti, senza sentirsi fascisti mascherati. 

(*)ma mi domando: se lui rasenta oltre all’onnipotenza anche il 72%, come diamine puó un misero 28% spaventarlo cosí tanto? avrá mica un problema????

A.A.A….

Se non avessi scelto di…
Se avessi dato retta a…
Se invece di, avessi preso…
Se…
Ma non é che i se cambiano i fatti. E neppure riportano indietro.

Un caffé in Piazza Carlo Alberto ed una passeggiata in Piazza Carignano col sole caldo d’autunno, sono sempre un’attrazione alla quale cedere é dolce ed impossibile per me resistere.

Rientravo a casa per pranzo.
Il sole sul giubbino era talmente piacevole, che spingere oltre ai 50/60 all’ora il Beverly era davvero un peccato.
Mi godevo il verde del Valentino alla mia sinistra, evitando accuratamente i tombini ma non il profilo della collina.
Cinquecento metri prima, un’auto uscendo da un distributore a momenti mi fa cadere immettendosi sulla mia strada senza vedermi. La scanso e lei si ferma. Bestemmio dicendo “…guarda quanto poco ci vuole…”.

Cinquecento metri dopo, la punto, a cento metri dal semaforo al quale avrei svoltato, si sposta nella corsia di sinistra, temporaneamente la mia.
Tra lei e lo spartitraffico -una lingua d’asfalto rialzata di una ventina di centimetri e largo una settantina- non ci sarei passato lento cosí. E forse neppure piú veloce.
Se davvero fosse stata davanti, l’avrei tamponata la punto.
Invece freno. La strisciata sará di dieci metri.
Sento il posteriore muoversi ma sono ancora dritto.
Poi la mia ruota anteriore sbatte forte e sorda contro la parte inferiore della portiera piegandomi a sinistra.
Il colpo al casco é forte. Alla spalla anche ma quando mi fermo la prima cosa che guardo sono le mani. Poi vedo la moto a cavallo dello spartitraffico con il posteriore in aria. Io sono sullo spartitraffico venti metri prima.
Il piede sinistro punge fortissimo ma lo muovo. Il dorso del pollice della mano destra sanguina parecchio e mi sembra gli manchino un paio di tessere. Il gomito brucia, l’avambraccio pure cosí come il ginocchio. La conta dei danni al volo sembra tutta lí.
Mi alzo e non barcollo. Strano: avrei giurato che avrei visto le stelline ed avrei dovuto chinarmi per non svenire. Invece nulla. Tolgo il casco e provo la stabilitá delle gambe: anche la sinistra, la cui caviglia non punge piú ma frigge, mi regge bene.

L’auto che ho colpito é tra le due corsie un po’ di traverso.
Subito mi dico che mi é andata bene per due motivi, entrambi legati allo spartitraffico ma incongruenti: potevo restare tra il gradino e la moto e mi sarei spezzato; sono rotolato e rimasto sullo spartitraffico senza il quale sarei finito nell’altra carreggiata mentre le auto arrivavano in senso contrario.

Tornando a casa a medicarmi, che di domenica in ospedale il personale é poco e poi in fondo sono vivo (…), guido la moto ancor piú adagio, e penso a cosa sarebbe potuto succedere a chiunque fosse stato a bordo con me.

Conclusione: vendesi Piaggio Beverly 500cc, Aprile 2006, Euro 3, 5000km, graffiato un poco a sinistra, perfetto a destra: interessa?

Imparando ancora

Le Molinette é un ospedale. Il San Giovanni “vecchio”.
É immenso e c’é di tutto.
I sotterranei che lo percorrono ricordano un po’ un essere vivente, con quelle ragnatele di tubi dell’acqua, del riscaldamento, dell’elettricitá a mó di vene e arterie, e quel via vai di carrelli dei pasti, di barelle piene e vuote, di esseri umani piú o meno indaffarati, piú o meno sofferenti, piú o meno smarriti, sconsolati, (in)consapevoli come glubuli vari.

Quando l’ho attraversato insieme a te e alle due infermiere che guidavano la barella, alla partenza hai iniziato a raccontare i tuoi ottant’anni dall’inzio e quando siamo arrivati eravamo poco dopo il tuo secondo incontro con la tua futura prima sposa, secondo incontro avvenuto esattamente come il primo ma esattamente 6 mesi dopo. Esattamente.
É stato allora che mentre ti salutavo rassicurandoti che mi avresti trovato lí uscendo dalla sala operatoria, mi hai chiesto di pregare la tua seconda sposa, la mamma. La mia.

Oh cazzo: in tante settimane di quotidiani pranzi e cene, non mi hai mai detto nulla di lei, neppure un aneddoto, un ricordo, un pensiero ed ora ecco che sul baratro del chissá-se-me-la-cavo…
L’ho pregata, certo, come avrei potuto non farlo? e credo abbia ascoltato e provveduto. Son certo che non avrebbe mai potuto chiedere a me qualcosa che lei non avrebbe fatto, seppur con diverse modalitá: ecco perché credo di sí.

É passato circa un mese da allora. L’operazione é andata bene, sei tornato sulla sedia a rotelle in quella che oramai é la tua casa da 5 anni, la tua malattia rara te la terrai ma va molto meglio, l’umore resta invidiabile e ieri hai mangiato da solo dopo svariati mesi.
Perché lo scrivo? Per ricordarmene rileggendomi, per non dimenticare ció che penso oggi in merito a quando non saró piú autosufficiente e per ricordare quel che ci siamo scambiati dal 5 agosto scorso, che c’é sempre qualcosa da imparare, non foss’altro quanto siamo fragili.

14 Settembre 2009

Ricorda questa data.
Ricordala perché la prossima con un significato analogo non ci sará prima del 2014.
C’é chi ama chiamarla quarta ginnasio e chi prima liceo.
Io mi son sempre chiesto dove fossero la prima la seconda e la terza ginnasio ed anche perché non chiamarla quarta media…ma sai, io sono uno che si pone sempre molte domande.
E bada bene: molte non significa troppe: troppe é inutile, é stancante, é ma-chi-se-ne-frega; molte invece significa tanto, stancante ma utile perché-capire-frega-eccome.

Domani inizia un cambiamento che comprenderai da sola ed in fretta.
Che imparerai ad affrontare e a vivere per superarlo e crescere ancora.
Un impegno importante come tutti gli impegni, importante come ció che conta, importante come ció che importa a te.
La mia fiducia in te é assoluta, lo sai…non é un temporale a fine Luglio a farmi dire che l’estate é andata: il sole splende sempre e comunque.
Come te, splendida.

Una cosa sola ancora, Giulia.
Non é una novitá ma una certezza…che non annoia, che le certezze -piú si cresce piú si comprende appieno- fanno bene al cuore.
Ti voglio scrivere che io saró lí, accanto a te, domani e sempre e ancora.

Tattoo

Pensavo: “prima o poi troveró un soggetto che mi piace cosí tanto e con un significato che vorrei non scordarmi mai che, allora, potrei decidere di tatuarmelo.”

Dopo circa tre anni senza mai avere un dubbio, ho deciso.
É madre natura, vita.
Quella delle piccole cose, dei desideri, dei sogni e del reale.
Quella in cui affondano le mie radici ed il mio credo; quella in cui la delicatezza e l’intensitá si fondono, in cui respirare é possibile, come acqua che nutre la terra che poi, evaporando, nutre a sua volta l’aria.

L’artista dell’originale non lo conosco. É art nouveau, potrebbe essere Mucha ma forse no.
L’artista che mi ha tatuato invece lo conosco e se non fosse rientrato in Italia dagli Stati Uniti probabilmente non l’avrei fatto. Invece…

 

life

Line up, oh yeah! ;-)

Come anticipato, ecco qualche riga per i componenti dei c-side, la line up in inglese, che fa un casino figo ;-)
In ordine rigorosamente alfabetico di nome, perché qualsiasi criterio si scelga, comunque ci sará qualcuno prima e qualcuno dopo.
Sono cinque e la sintesi si impone, ahimé…

14giugno09

c-side 14giugno09

Fab – lead guitar & vocal
Eravamo seduti accanto ad una cena di un matrimonio. L’aperitivo era stato decisamente bello, bello e abbondante: gazebo immacolati nel prato all’inglese al tramonto, sushi e pescini fritti leggeri innaffiati di bianco freschissimo ” a gagganella”.  Al settimo flute, ci accomodiamo al tavolo e dopo un po’ parliamo di musica che entrambi amiamo e cosí mi chiede se avessi voglia di provare a suonare con lui e altri due ragazzi reduci da una rock band sciolta. Lo avviso che sono venticinque anni che non suono piú se non raramente con qualche amico davanti ad una bottiglia di barbaresco o davanti ad un faló sulla spiaggia, ma gli dico “perché no?”.
Nella mia vita, non ho praticamente mai avuto amicizie maschili. Amicizie con la A maiuscola intendo: sempre pronto a fare branco ma con dei princípi padri di limiti determinanti per il sistematico fallimento di un rapporto piú profondo. Con lui invece funziona. Forse perché anche lui ha princípi molto simili ai miei o forse perché é dei pesci come me, quattro giorni prima, o piú semplicemente perché quando un’amicizia nasce e funziona non stai a domandarti molto: la vivi e ne sei contento.
É un sognatore pratico, di quelli che hanno il cassetto pieno zeppo di sogni che peró sono realizzabili. E quando riesce a concretizzarne uno, subito un altro nuovo vá a riempire lo spazio.

Francesco – lead vocal
Arriva per ultimo a completare la formazione. Un arrivo fondamentale per diversi motivi: senza voce non si suona da nessuna parte e lui, di voce, ne ha un bel po’; l’apporto musicale delle sue conoscenze é messo subito a disposizione di tutti con grande iniziativa ed efficacia; l’unica cosa che chiede é la serietá e qui -lo scopre in fretta- ce n’é da vendere. E da vendere ne ha pure lui.
Arguto, attento e disponibile, sa entusiasmarsi ed entusiasmare senza essere invadente o pesante. Condivide e critica con il giusto peso sempre. Tiene il palco senza esagerazioni eppure con sapiente magneticitá.
Tre mesi, quasi quattro oramai, ma é come se ci fosse sempre stato. L’integrazione, anche qui come ovunque, non dipende solo dal singolo bensí anche dall’ambiente che lo accoglie: “voler far parte” resta il punto fondamentale, ma senza il dovuto modo e senza la volontá di chi c’é giá, la riuscita non é mai scontata.

Maci – keyboards
É il piú giovane ma lo scrivo giusto per iniziare perché non significa un granché. Anzi: dalle conoscenze e competenze musicali che ha, per non dire delle sue preferenze, potrei annoverarlo tra i piú vecchi.
É riservato ed anche un po’ timido, ma non manca di battute a raffica, demenziali e non, estrapolate da cult movie (spesso da cassetta ma proprio per questo piú inedite ancora). Scrive testi che gelosamente custodisce e non diffonde ma che meriterebbero un pubblico attento: saper cogliere aspetti della vita troppo spesso trascurati e saperli mettere nero su bianco é dote rara.
Dei tasti bianchi e neri fa quello che vuole, transige con gli altri ma non con se stesso ed i risultati della band molto dipendono da questa impostazione.

Rob – bass guitar
Dopo quasi due mesi di ricerche senza aver trovato nessuno, finalmente ci risponde lui. É bastata una prova per capire che avrebbe completato la sezione ritmica eccezionalmente. La serietá, il buon senso e la simpatia non mancano per nulla: c’é tutto in giusta misura.
Preciso, pulito, ricco di varianti, esperto e puntiglioso nell’esecuzione, dedica molto tempo a preparare la parte cosí che quando ci troviamo per provare qualcosa di nuovo, lui é giá avanti. Gli assoli su quelle quattro corde di cosí grande calibro, sono perle con le quali solo i grandi sanno cimentarsi: non esagero! Basta ascoltarlo.
A dispetto dell’etá che non dimostra affatto, l’entusiasmo é quello di un quindicenne. Mi chiedo solo come faccia a resistere in forma cosí con quei manicaretti che sua moglie prepara senza sosta…!

Simo – drums
E siamo all’ultimo in ordine alfabetico.
Facile dire “é un personaggio”. Secondo me é un’incarnazione del “genio e sregolatezza”, ma non tanto per il suo stile di vita -comunque mai opinabile- quanto per l’improvvisazione inaspettata miscelata all’esattezza nella comprensione del brano e nella capacitá di focalizzare i punti su cui intervenire.
É spesso inaffidabile, eh sí, peró é buono nonostante appaia (o cerchi di apparire) burbero, picchia su quelle pelli come solo i migliori han fatto a cavallo tra il 1968 e il 1978 e quasi sempre basta uno sguardo o un sorriso per capirsi al volo e sapere d’esser sulla via giusta o operare le dovute correzioni.
Live trascina ed entusiasma tutti. In sala prova completa la sua batteria con l’immancabile cellulare: come faccia non so, ma probabilmente riesce a scrivere sms anche durante una rullata… lo spieró per carpirgli il segreto!

Ecco, queste sono le cinque anime dei c-side. Mica pizza & fichi!
Ne scrivo per entusiasmo, per un sogno realizzato e che dura anche grazie a loro, perché ci sono giorni in cui non proviamo anche se vorrei tanto e mi mancano, mi mancano loro e la musica che suoniamo.
Di me scrivo solo una cosa: che loro meritano di meglio da me.
E faró in modo di darglielo.

three years later

“l’insegnamento scolastico é una vocazione, saper insegnare la vita un dono.”

Cosí le ho detto, perché in questi ultimi tre anni quella donna ha aiutato non poco G a crescere.
A crescere nella vita, ad imparare a confrontarsi con se stessa e con gli altri, a tollerare ed anche a ribellarsi. A esprimersi. A scrivere. A essere.

La pagella piú bella é stata vederle parlare vis á vis. E abbracciarsi alla fine.

I voti e i giudizi valgono quel che valgono.
Alle anime speciali, non si danno.
Ma le anime speciali bisogna saperle riconoscere.

c-side

C’é un istante preciso in cui comprendi che basta lasciarsi andare.
In cui non importa se l’ultima volta era il 1983 o il 1984.
E neppure che la penultima fosse nel 1979.

In cui l’adrenalina serve e non ostacola, in cui ci sei e lo sai e non sei solo, in cui smetti di contare le facce che vedi e le mani che stringi, in cui basta davvero lasciarsi andare e fare ció che sai che basterá comunque.
In cui ti rendi conto che sei parte di un gruppo solido al di lá del pentagramma, che se anche tu dovessi scivolare loro ti sorreggeranno; come tu faresti con loro.
In cui definisci i cardini del gruppo nelle aperture, nelle pause, nelle sospensioni, negli interludi, nelle chiusure e di quanto averci lavorato su giocando seriamente sia servito.
In cui finalmente stai realizzando ció che tanto hai sognato.

Una meta, sí.
Ma soprattutto un punto di partenza con stabili fondamenta.

 

Della band ne scriveró a parte, che merita spazio :-)

Interno cortile. Sera.

Rondini si inseguono in girotondo, urlando felici. Forse.
Strisce bianche d’aerei alti e lontani nel cielo che tramonta.
Finestre e porte spalancate,
posate scontrano piatti nelle luci accese.
Calore.
Tv lontane, voci indistinguibili, comunque vane.
Sigaretta che si consuma piú dell’inchiostro della penna.
Tetti grigi e tetti rossi, antenne parabole fili da stendere
e lenzuola stese su di un terrazzo che potrebbe esser Roma.
Un balcone due porte una coppia:
non comprendo le parole ma cosa importa se poi non ci son sorrisi
e lei imbocca una via e lui l’altra…
Al piano sotto una porta sola ed una finestra…sono sposati da due anni.
La ricordo lei, giapponese in abito tradizionale, fior di loto senza tempo.
Lava i piatti ora e lui guarda sperso nel cortile.
Sono il tempo vuoto che passa e che svuota.

La caffettiera é pronta, i fornelli son puliti, la lavastoviglie va, chissá dove.
Lontano ancora rumore di tazzine, di posate e di piatti.
Ci sará silenzio.
E calore ancora, per fortuna, per davvero.

Imparando…

La mia interpretazione del bacio di mia figlia di questa sera mi ha detto che nonostante l’aver ammesso un errore, non ho difettato in coerenza tra ció che ho detto a lei prima e ció che ho sostenuto poi, battagliando, pubblicamente. E pur con l’ammissione d’errore, il principio é rimasto saldo. E lo rimane.
Al termine, il suo fare il giro del tavolo -che é rotondo, al limite ovale che qui differenza non c’é- e baciarmi sulla guancia mi ha detto che ok, forse di fondo c’era un errore di valutazione, ma un ideale ha sempre il suo valore.
E difenderlo lo ha, inestimabile.
Come quel suo bacio per me.

Ecco, é il vuoto.
Laggiú in fondo brillano fioche lanterne.
Cosí ondeggianti, cosí lontane…
Sfumano col calore dell’anima
gli lievi strati d’umido incantando
come in una favola il bosco di speranze.
Sposto aria agitandomi con cautela,
l’aria che resta immobile ed immobilizzata.

Complice di terra pregna e florida,
immagino le mie ossa di torrente impetuoso
farsi placido cauto fiume,
prolifico di memoria e nulla piú;
vedo scintillare cartilagini di ció che é stato
allungarsi invano verso prati e fiori irraggiungibili.

Ecco il vuoto che sono.
Il senso smarrito eppur lucidamente presente.
Saper di non sapere.
Conscio di non potere.
Dubbioso e pavido nel volere.
Incapace di volare, di nuotare, di quella leggerezza
sorridente che non ho.

(anonimo)

Quaranta di Ottanta

Quando ho finito di imboccarti, per fare un po’ di conversazione, ti ho fatto una domanda.
Mica a caso. Scelta.
Cosí, considerando che stavamo festeggiando i tuoi ottant’anni, ti ho chiesto quale fosse tra quelli tondi -dieci, venti, trenta…- il compleanno che ricordavi come piú importante.
Ci hai pensato su un pochino, mica molto e mi hai risposto piú o meno cosí.

“I quaranta. Perché a quarant’anni ti rendi conto di quante cose credevi di sapere ed invece ignori e di quante ancora non sai, prendi coscienza di te, consapevolezza e con maturitá rinnovi la curiositá per la vita.”

Ammetto d’aver sempre provato un certo fastidio nel sentire persone dirmi della mia somiglianza a te, papá. E credo di aver capito -e non risolto- le ragioni del mio fastidio, che peró non riporteró qui, almeno ora.
Tuttavia, non voglio non ammettere che in quest’ultimo anno ho scoperto di te aspetti che mai avevi mostrato prima, sia affettivamente che umanamente e che apprezzo molto.

Rimagono ferme le mie speranze per i miei ottant’anni, ma sono sicuro che anche per me i quaranta saranno gli anni che ricorderó come i piú importanti e per le stesse tue ragioni.

Ora, non mi resta che imparare il tanto che non so.

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