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Line up, oh yeah! ;-)

Come anticipato, ecco qualche riga per i componenti dei c-side, la line up in inglese, che fa un casino figo ;-)
In ordine rigorosamente alfabetico di nome, perché qualsiasi criterio si scelga, comunque ci sará qualcuno prima e qualcuno dopo.
Sono cinque e la sintesi si impone, ahimé…

14giugno09

c-side 14giugno09

Fab – lead guitar & vocal
Eravamo seduti accanto ad una cena di un matrimonio. L’aperitivo era stato decisamente bello, bello e abbondante: gazebo immacolati nel prato all’inglese al tramonto, sushi e pescini fritti leggeri innaffiati di bianco freschissimo ” a gagganella”.  Al settimo flute, ci accomodiamo al tavolo e dopo un po’ parliamo di musica che entrambi amiamo e cosí mi chiede se avessi voglia di provare a suonare con lui e altri due ragazzi reduci da una rock band sciolta. Lo avviso che sono venticinque anni che non suono piú se non raramente con qualche amico davanti ad una bottiglia di barbaresco o davanti ad un faló sulla spiaggia, ma gli dico “perché no?”.
Nella mia vita, non ho praticamente mai avuto amicizie maschili. Amicizie con la A maiuscola intendo: sempre pronto a fare branco ma con dei princípi padri di limiti determinanti per il sistematico fallimento di un rapporto piú profondo. Con lui invece funziona. Forse perché anche lui ha princípi molto simili ai miei o forse perché é dei pesci come me, quattro giorni prima, o piú semplicemente perché quando un’amicizia nasce e funziona non stai a domandarti molto: la vivi e ne sei contento.
É un sognatore pratico, di quelli che hanno il cassetto pieno zeppo di sogni che peró sono realizzabili. E quando riesce a concretizzarne uno, subito un altro nuovo vá a riempire lo spazio.

Francesco – lead vocal
Arriva per ultimo a completare la formazione. Un arrivo fondamentale per diversi motivi: senza voce non si suona da nessuna parte e lui, di voce, ne ha un bel po’; l’apporto musicale delle sue conoscenze é messo subito a disposizione di tutti con grande iniziativa ed efficacia; l’unica cosa che chiede é la serietá e qui -lo scopre in fretta- ce n’é da vendere. E da vendere ne ha pure lui.
Arguto, attento e disponibile, sa entusiasmarsi ed entusiasmare senza essere invadente o pesante. Condivide e critica con il giusto peso sempre. Tiene il palco senza esagerazioni eppure con sapiente magneticitá.
Tre mesi, quasi quattro oramai, ma é come se ci fosse sempre stato. L’integrazione, anche qui come ovunque, non dipende solo dal singolo bensí anche dall’ambiente che lo accoglie: “voler far parte” resta il punto fondamentale, ma senza il dovuto modo e senza la volontá di chi c’é giá, la riuscita non é mai scontata.

Maci – keyboards
É il piú giovane ma lo scrivo giusto per iniziare perché non significa un granché. Anzi: dalle conoscenze e competenze musicali che ha, per non dire delle sue preferenze, potrei annoverarlo tra i piú vecchi.
É riservato ed anche un po’ timido, ma non manca di battute a raffica, demenziali e non, estrapolate da cult movie (spesso da cassetta ma proprio per questo piú inedite ancora). Scrive testi che gelosamente custodisce e non diffonde ma che meriterebbero un pubblico attento: saper cogliere aspetti della vita troppo spesso trascurati e saperli mettere nero su bianco é dote rara.
Dei tasti bianchi e neri fa quello che vuole, transige con gli altri ma non con se stesso ed i risultati della band molto dipendono da questa impostazione.

Rob – bass guitar
Dopo quasi due mesi di ricerche senza aver trovato nessuno, finalmente ci risponde lui. É bastata una prova per capire che avrebbe completato la sezione ritmica eccezionalmente. La serietá, il buon senso e la simpatia non mancano per nulla: c’é tutto in giusta misura.
Preciso, pulito, ricco di varianti, esperto e puntiglioso nell’esecuzione, dedica molto tempo a preparare la parte cosí che quando ci troviamo per provare qualcosa di nuovo, lui é giá avanti. Gli assoli su quelle quattro corde di cosí grande calibro, sono perle con le quali solo i grandi sanno cimentarsi: non esagero! Basta ascoltarlo.
A dispetto dell’etá che non dimostra affatto, l’entusiasmo é quello di un quindicenne. Mi chiedo solo come faccia a resistere in forma cosí con quei manicaretti che sua moglie prepara senza sosta…!

Simo – drums
E siamo all’ultimo in ordine alfabetico.
Facile dire “é un personaggio”. Secondo me é un’incarnazione del “genio e sregolatezza”, ma non tanto per il suo stile di vita -comunque mai opinabile- quanto per l’improvvisazione inaspettata miscelata all’esattezza nella comprensione del brano e nella capacitá di focalizzare i punti su cui intervenire.
É spesso inaffidabile, eh sí, peró é buono nonostante appaia (o cerchi di apparire) burbero, picchia su quelle pelli come solo i migliori han fatto a cavallo tra il 1968 e il 1978 e quasi sempre basta uno sguardo o un sorriso per capirsi al volo e sapere d’esser sulla via giusta o operare le dovute correzioni.
Live trascina ed entusiasma tutti. In sala prova completa la sua batteria con l’immancabile cellulare: come faccia non so, ma probabilmente riesce a scrivere sms anche durante una rullata… lo spieró per carpirgli il segreto!

Ecco, queste sono le cinque anime dei c-side. Mica pizza & fichi!
Ne scrivo per entusiasmo, per un sogno realizzato e che dura anche grazie a loro, perché ci sono giorni in cui non proviamo anche se vorrei tanto e mi mancano, mi mancano loro e la musica che suoniamo.
Di me scrivo solo una cosa: che loro meritano di meglio da me.
E faró in modo di darglielo.

three years later

“l’insegnamento scolastico é una vocazione, saper insegnare la vita un dono.”

Cosí le ho detto, perché in questi ultimi tre anni quella donna ha aiutato non poco G a crescere.
A crescere nella vita, ad imparare a confrontarsi con se stessa e con gli altri, a tollerare ed anche a ribellarsi. A esprimersi. A scrivere. A essere.

La pagella piú bella é stata vederle parlare vis á vis. E abbracciarsi alla fine.

I voti e i giudizi valgono quel che valgono.
Alle anime speciali, non si danno.
Ma le anime speciali bisogna saperle riconoscere.

c-side

C’é un istante preciso in cui comprendi che basta lasciarsi andare.
In cui non importa se l’ultima volta era il 1983 o il 1984.
E neppure che la penultima fosse nel 1979.

In cui l’adrenalina serve e non ostacola, in cui ci sei e lo sai e non sei solo, in cui smetti di contare le facce che vedi e le mani che stringi, in cui basta davvero lasciarsi andare e fare ció che sai che basterá comunque.
In cui ti rendi conto che sei parte di un gruppo solido al di lá del pentagramma, che se anche tu dovessi scivolare loro ti sorreggeranno; come tu faresti con loro.
In cui definisci i cardini del gruppo nelle aperture, nelle pause, nelle sospensioni, negli interludi, nelle chiusure e di quanto averci lavorato su giocando seriamente sia servito.
In cui finalmente stai realizzando ció che tanto hai sognato.

Una meta, sí.
Ma soprattutto un punto di partenza con stabili fondamenta.

 

Della band ne scriveró a parte, che merita spazio :-)

Interno cortile. Sera.

Rondini si inseguono in girotondo, urlando felici. Forse.
Strisce bianche d’aerei alti e lontani nel cielo che tramonta.
Finestre e porte spalancate,
posate scontrano piatti nelle luci accese.
Calore.
Tv lontane, voci indistinguibili, comunque vane.
Sigaretta che si consuma piú dell’inchiostro della penna.
Tetti grigi e tetti rossi, antenne parabole fili da stendere
e lenzuola stese su di un terrazzo che potrebbe esser Roma.
Un balcone due porte una coppia:
non comprendo le parole ma cosa importa se poi non ci son sorrisi
e lei imbocca una via e lui l’altra…
Al piano sotto una porta sola ed una finestra…sono sposati da due anni.
La ricordo lei, giapponese in abito tradizionale, fior di loto senza tempo.
Lava i piatti ora e lui guarda sperso nel cortile.
Sono il tempo vuoto che passa e che svuota.

La caffettiera é pronta, i fornelli son puliti, la lavastoviglie va, chissá dove.
Lontano ancora rumore di tazzine, di posate e di piatti.
Ci sará silenzio.
E calore ancora, per fortuna, per davvero.

Imparando…

La mia interpretazione del bacio di mia figlia di questa sera mi ha detto che nonostante l’aver ammesso un errore, non ho difettato in coerenza tra ció che ho detto a lei prima e ció che ho sostenuto poi, battagliando, pubblicamente. E pur con l’ammissione d’errore, il principio é rimasto saldo. E lo rimane.
Al termine, il suo fare il giro del tavolo -che é rotondo, al limite ovale che qui differenza non c’é- e baciarmi sulla guancia mi ha detto che ok, forse di fondo c’era un errore di valutazione, ma un ideale ha sempre il suo valore.
E difenderlo lo ha, inestimabile.
Come quel suo bacio per me.

Ecco, é il vuoto.
Laggiú in fondo brillano fioche lanterne.
Cosí ondeggianti, cosí lontane…
Sfumano col calore dell’anima
gli lievi strati d’umido incantando
come in una favola il bosco di speranze.
Sposto aria agitandomi con cautela,
l’aria che resta immobile ed immobilizzata.

Complice di terra pregna e florida,
immagino le mie ossa di torrente impetuoso
farsi placido cauto fiume,
prolifico di memoria e nulla piú;
vedo scintillare cartilagini di ció che é stato
allungarsi invano verso prati e fiori irraggiungibili.

Ecco il vuoto che sono.
Il senso smarrito eppur lucidamente presente.
Saper di non sapere.
Conscio di non potere.
Dubbioso e pavido nel volere.
Incapace di volare, di nuotare, di quella leggerezza
sorridente che non ho.

(anonimo)

Quaranta di Ottanta

Quando ho finito di imboccarti, per fare un po’ di conversazione, ti ho fatto una domanda.
Mica a caso. Scelta.
Cosí, considerando che stavamo festeggiando i tuoi ottant’anni, ti ho chiesto quale fosse tra quelli tondi -dieci, venti, trenta…- il compleanno che ricordavi come piú importante.
Ci hai pensato su un pochino, mica molto e mi hai risposto piú o meno cosí.

“I quaranta. Perché a quarant’anni ti rendi conto di quante cose credevi di sapere ed invece ignori e di quante ancora non sai, prendi coscienza di te, consapevolezza e con maturitá rinnovi la curiositá per la vita.”

Ammetto d’aver sempre provato un certo fastidio nel sentire persone dirmi della mia somiglianza a te, papá. E credo di aver capito -e non risolto- le ragioni del mio fastidio, che peró non riporteró qui, almeno ora.
Tuttavia, non voglio non ammettere che in quest’ultimo anno ho scoperto di te aspetti che mai avevi mostrato prima, sia affettivamente che umanamente e che apprezzo molto.

Rimagono ferme le mie speranze per i miei ottant’anni, ma sono sicuro che anche per me i quaranta saranno gli anni che ricorderó come i piú importanti e per le stesse tue ragioni.

Ora, non mi resta che imparare il tanto che non so.

da Baricco =-)

1. Il pannolino può essere cambiato per tre ragioni: a) perché lo dice la mamma; b) perché lo dice la suocera; c) perché il bimbo ha cagato. Naturalmente il gesto perde, nei primi due casi, gran parte della sua drammaticità. Il vero, autentico, cambio di pannolino prevede la presenza della merda. Di solito accade così. La mamma prende in braccio il bambino, lo annusa un po’ e dice, con voce gaia e piuttosto cretina: “E qui cosa abbiamo fatto, eh?, sento un certo odorino… cosa ha fatto l’angioletto?”. Poi la mamma va di là e vomita. A questo punto si riconosce il padre di sinistra dal padre di destra. Il padre di destra dice: “Che schifo” e chiama la tata. Il padre di sinistra prende il bambino e lo va a cambiare.

2. Il pannolino si cambia, rigorosamente, sul fasciatoio. Il fasciatoio è un mobile che quando lo vedi a casa tua capisci che un sacco di cose sono finite per sempre, tra le quali la giovinezza. Comunque è studiato bene: ha dei cassettini vari e un piano su cui appoggiare il bambino. Far star fermo un bambino su quel piano è come far stare una trota in bilico sul bordo del lavandino. È fondamentale non distrarsi mai. Il neonato medio non è in grado quasi di girarsi sul fianco: ma è perfettamente in grado, appena ti volti, di buttarsi giù dal fasciatoio facendoti il gesto dell’ombrello: pare che si allenino nella placenta, in quei nove mesi che passano sott’acqua. Dunque: tenere ben ferma la trota e sperare in bene.

3. Una volta spogliato il bambino, appare il pannolino contenente quello che Gadda chiamava “l’estruso”. È il momento della verità. Si staccano due pezzi di scotch ai lati e il pannolino si apre. La zaffata è impressionante. È singolare cosa riesca a produrre un intestino tutto sommato vergine: cose del genere te le aspetteresti dall’intestino di Bukowski, non di tuo figlio. Ma tant’è: non c’è niente da fare. O meglio: si inventano tecniche di sopravvivenza. Io, ad esempio, mi son convinto che tutto sommato la merda dei bambini profuma di yogurt. Fateci caso: se non guardate, potrebbe anche sembrare che vostro figlio si è seduto su una confezione famiglia di Yomo doppia panna. Se guardate è più difficile. Ma senza guardare… Io con questo sistema sono riuscito a ottenere ottimi risultati: adesso quando apro uno yogurt sento odor di merda.

4. Impugnare con la mano sinistra le caviglie del bambino e tirarlo su come una gallina. Con la destra aprire la confezione di salviettine profumate e prenderne una. Neanche il mago Silvan ci riuscirebbe: le salviettine vengono via solo a gruppi di ottanta. Scuotete allora il blocchetto fino a rimanere con tra le dita un numero di salviettine inferiore a cinque. A quel punto, di solito, la gallina-trota, stufa di stare appeso come un idiota, dà uno strattone: se non vi cade, riuscirà comunque a spargere un bel po’ di cacca in giro. Tamponate ovunque con le salviettine profumate. Ritirate su il pollo e con gesto rapinoso pulite il sedere del bambino. Posate le salviettine usate nel pannolino, e chiudetelo. A quel punto la vostra situazione è: nella mano sinistra, un pollo-trota coi lineamenti di vostro figlio. Nella mano destra, una bomba chimica.

5. NON andate a buttare la bomba chimica! La trota scivolerebbe per terra. Quindi posatela nei paraggi (la bomba, non la trota) registrando il curioso profumo di yogurt che si spande nell’aria. Senza mollare la presa con la mano sinistra usate la destra per detergere a fondo e poi passate all’olio. Ve ne versate alcune gocce sulla mano. Esse scivoleranno immediatamente giù verso il polso, valicheranno il confine dei polsini e da lì spariranno nell’underground dei vostri vestiti: la sera ne troverete tracce nei calzini. Completamente lubrificati, passate alla Pasta di Fissan, un singolare prodotto nato da un amplesso tra la maionese Calvè e del gesso liquido. Ne riempite il sedere del pollo, e naturalmente ve ne distribuite variamente in giro per giacche, pantaloni ecc. A quel punto avete praticamente finito. A quel punto il bambino fa pipì.

6. Il bambino non fa pipì a caso. La fa sul vostro maglione. Voi fate un istintivo salto indietro. Errore. La trota, finalmente libera, si butta giù dal fasciatoio. Ritirate su la trota e non raccontate mai alla mamma l’accaduto.

7. Prendere un pannolino nuovo. Capire qual è il lato davanti (di solito c’è una greca colorata che aiuta, facendovi sentire imbecilli). Inserire il pannolino tra le gambe del bimbo e chiudere. Il sistema è stato studiato bene: due specie di pezzi di scotch, basta una piccola pressione e il pannolino si chiude. Sì, ma quanto si chiude? Così è troppo stretto, così è troppo largo, così è troppo stretto, così è troppo largo. Si può arrivare anche a una ventina di tentativi. È in quel momento che il bambino inizia a intuire di avere un padre scemo: giustamente manifesta una certa delusione, cioè inizia a gridare come un martire. Da qui in poi si fa tutto in apnea e in un bagno di sudore.

8. Nonostante i decibel espressi dal bambino, mantenere la calma e provare a rivestire il bambino. È questo il momento dei poussoir. Quando Dio cacciò gli uomini dal paradiso terrestre disse: partorirete con dolore e dovrete chiudere le tutine dei vostri figli coi poussoir. Per chiudere un poussoir bisogna avere: grandissimo sangue freddo, mira eccezionale, culo della madonna. Il numero di poussoir presenti in una tutina è sorprendente e, perfidamente, dispari.

9. Se, nonostante tutto, riuscite a rivestire il bambino, avete praticamente finito. Vi ricordate che avete dimenticato il borotalco: il culetto si arrosserà. Pensate ai bambini in Africa, e concludete: si arrosserà, e che sarà mai. Quindi prendete il bambino e lo riconsegnate alla mamma. Lei chiederà: “L’hai messo il borotalco?”. Voi direte: “Sì”. Con convinzione.

10. Ripercussioni fisiche e psichiche. Fisicamente, cambiare un pannolino brucia le stesse calorie di una partita di tennis. Psichicamente il padre post-pannolino tende a sentirsi spaventosamente buono e in pace con se stesso. Per almeno tre ore è convinto di avere suppergiù la nobiltà d’animo di Madre Teresa di Calcutta. Quando l’effetto sparisce, subentra un irresistibile desiderio di essere single, giovane, cretino e un po’ di destra. Alcuni si spingono fino a consultare il settore “Decapottabili” in Gente Motori. Altri telefonano a una vecchia ex fidanzata e quando lei risponde tirano giù. Pochi dicono che devono andare a comperare le sigarette, escono e poi, tragicamente, ritornano. In casa li avvolge la sicurezza del focolare, il tepore di sentimenti sicuri, e un singolare, acutissimo profumo di yogurt.

Alessandro Baricco

A Giulia.

A te,
che sei come me,
che sorridi con le mie labbra,
che guardi attraverso le mie ciglia,
che palpiti col mio cuore
e trepidi ad ogni emozione col mio animo.

A te,
che ci siam sentiti da lontano
riconoscendoci al primo abbraccio
che mai si é interrotto,
sollevandoci a turno,
senza riserva di forze.

A te,
che nel mio silenzio hai saputo scoprire
l’amarezza, il dolore, l’Amore, la voglia di vivere
e sei stata l’unica a saperlo chiamare col suo nome,
difficile da concepire piú ancora di pronunciarlo:
“minore infelicitá”.

A te,
che hai preso tutta la mia gioia di vivere,
che hai cantato con me ballando
sotto stelle e note morbide e rudi,
imparando a riconoscere nella musica e nella vita
il piacere e il dispiacere, il bene e il male,
il giusto e lo sbagliato, la coerenza e l’onestá.

A te,
il mio esserci sempre e comunque,
le mie ferite e le mie guarigioni,
le mie sconfitte e i miei successi,
il mio amore senza condizioni,
come in questi primi quattordici anni
tutto quel che sono, senza limiti.

Buon compleanno,
papá

Fatti.

L’anno scorso -2008- il centro destra vinse per approssimativamente un milione di voti.
Per la precisione, 174 seggi al Senato (contro 132 del centro sinistra) e 344 alla Camera (contro 246 ).

Potere mediatico; conflitto di interessi; piú di un milione di telespettatori giornalieri (media annua) fedeli a Rete 4; “Mi aspetto da Berlusconi che vada a fare le telepromozioni. Tra poco venderà tappeti in televisione.” (Romano Prodi)…potrei continuare all’infinito.

Sta di fatto che lo scarto nei risultati delle Politiche 2008, fu circa di un milione di voti.
Sta di fatto che Prodi non fece nulla in merito a Rete 4.
Sta di fatto che i dati qui sopra non includono l’UDC di Casini: 3 seggi al Senato, 33 alla Camera correndo da solo.

Alle elezioni di ieri in Sardegna, il centro sinistra ha perso per circa il 10%.
Il centro destra ha quindi vinto per circa il 10%.
Casini e l’UDC NON ha corso da solo questa volta e con il suo quasi 10% ha contribuito in maniera determinante al successo del centro destra.

Si compirá uno scempio in Sardegna nei prossimi anni, quello scempio che Soru aveva fermato e bloccato vietando lo sfruttamento della costa entro i due chilometri dal mare. Prossimamente, il sud della Sardegna diventerá come il nord est, una copia della costa smeralda.

Ma al di lá di questo e trascurando per un momento lo scempio piú grave che quotidianamente viene compiuto ai danni della NOSTRA Costituzione, mi chiedo cosa si possa fare…

…e cosa faccia, ad esempio, Rifondazione mentre é fuori dal Parlamento, a parte occuparsi di Battisti, continuare a porsi domande sbagliate e oramai inutili, rileggere Il Capitale, e cercare di fare quello che a suo tempo fece -sbagliando, vá da sé- la Margherita con quel geniale e capace oratore di Rutelli: tentare di offuscare, criticando distruttivamente, la luce degli avversari invece che cercar di brillare di luce propria.

“Ci si salva e si va avanti se si agisce insieme e non solo uno per uno”
(Enrico Berlinguer)
Non é solo un aforisma: é una veritá davanti alla quale dobbiamo fare qualcosa insieme, o ci ritroveremo, temo presto, senza piú quest’unica possibilitá di cambiare.

Dieci minuti…

Cattiveria.

Diverse sono le forme del potere, fisico, politico, economico, giuridico, ideologico, religioso, dei mass media, etc.

Ora la relazione tra la cattiveria del genere umano e il suo potere, quale che esso sia, é emersa come diretta proporzionalitá esponenziale: piú si ha potere, piú la cattiveria di cui si é capaci risulta esponenziale.

Tralasciamo il potere fisico che violenta sessualmente, perché non rientra nel tema del post. Scrivo solo che, per quanto non l’abbia verificato, non credo esista altro essere vivente che compia questa ignominia.

Proviamo dunque a pensare al potere politico. A quello ideologico. A quello religioso anche. A quello della carta stampata e a quello televisivo. Per larga parte tutti, tutti!, riconducibili a quello economico, ma tuttavia ognuno libero di scegliere di esercitare quelli che a priori dovrebbe governare l’esercizio stesso del potere: il buon senso e il rispetto.

Ed ora applichiamo questo pensiero alla cattiveria di cui ognuno -ognuno, nessuno escluso- di questi poteri é stato capace nei confronti di Eluana, della sua famiglia e, quindi, degli altri circa tremila casi ad oggi in Italia.

Questa é la nostra cosiddetta societá civile e democratica.

ognuno-ha-cio-che-si-merita

p.s. un grazie a Ila che me l’ha segnalata…

Battisti vs Cossiga

Usiamo la testa, almeno per riflettere. Demandare quest’esercizio ai TiGGí é deleterio, come sempre.

 

“L’idea della mia fuga in Brasile – dice Battisti al settimanale brasiliano – è stata di un membro dei servizi segreti francesi”. E racconta di essere andato in auto dalla Francia alla Spagna e poi in Portogallo. Da Lisbona è andato all’Isola di Madeira e in nave ha raggiunto le Canarie, dove ha preso un aereo per Capo Verde e poi per Fortaleza. “Io sinceramente – dice, parlando della decisione italiana di ritirare l’ambasciatore e ricorrere alle vie legali – non credo che tutto questo stia succedendo per me. E’ enorme. E’ esagerato… Io non sono questa persona così importante. Sono uno delle migliaia di militanti italiani degli anni ‘70. Io – assicura poi – non ho mai ammazzato nessuno. Io mai sono stato un militante militare in nessuna organizzazione. Uscii dai Proletari Armati per il Comunismo nel maggio del 1978, dopo la morte di Aldo Moro”.

Del figlio del gioielliere Pierluigi Torregiani, che è su una sedia a rotelle per colpa di un attentato dei Pac, Battisti dice che “è triste quello che sta facendo Alberto Torregiani: lui sa che io non ho niente a che vedere con tutto questo. Perché ci siamo scambiati delle lettere. Una corrispondenza di amicizia, sincerità e rispetto. Ma lui soffre pressioni da parte del governo italiano. Loro stanno facendo pressioni, visto che possono togliergli la pensione”. “Io continuo ad essere un comunista vero – afferma ancora Battisti. Non nel senso partitico. Le mie idee non sono cambiate, ma la lotta armata è stata un’errore e io non ho mai sparato a nessuno sebbene abbia usato armi in operazioni per il finanziamento delle organizzazioni”.

Battisti continua la sua intervista sostenendo che “in Italia è esistita la guerra civile come abbiamo denunciato all’orchestratore della repressione all’epoca, l’ex presidente Francesco Cossiga. Lui ha mandato a me una lettera personale, riconoscendomi come militante politico. Parole di Cossiga. Sarà che Berlusconi, il grande mafioso, ha più credibilità di Cossiga?”.

(intervista rilasciata dal carcere a un settimanale brasiliano da Cesare Battisti il 29 Gennaio 2009)

—-@—-

Presidente Cossiga, pensa che minacciando l’uso della forza pubblica contro gli studenti Berlusconi abbia esagerato? «Dipende, se ritiene d’essere il presidente del Consiglio di uno Stato forte, no, ha fatto benissimo. Ma poiché è l’Italia è uno Stato debole, e all’opposizione non c’è il granitito Pci ma l’evanescente Pd, temo che alle parole non seguiranno i fatti e che quindi Berlusconi farà quantomeno una figuraccia».

Quali fatti dovrebbero seguire? «A questo punto, Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand’ero ministro dell’Interno».

Ossia? «In primo luogo, lasciare perdere gli studenti dei licei, perché pensi a cosa succederebbe se un ragazzino di dodici anni rimanesse ucciso o gravemente ferito…».

Gli universitari, invece? «Lasciarli fare. Ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città».

Dopo di che? «Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri».

Nel senso che…«Nel senso che le forze dell’ordine dovrebbero massacrare i manifestanti senza pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli a sangue e picchiare a sangue anche quei docenti che li fomentano».

Anche i docenti? «Soprattutto i docenti. Non quelli anziani, certo, ma le maestre ragazzine sì. Si rende conto della gravità di quello che sta succedendo? Ci sono insegnanti che indottrinano i bambini e li portano in piazza: un atteggiamento criminale!».

E lei si rende conto di quel che direbbero in Europa dopo una cura del genere? «In Italia torna il fascismo», direbbero. «Balle, questa è la ricetta democratica: spegnere la fiamma prima che divampi l’incendio».

Quale incendio? «Non esagero, credo davvero che il terrorismo tornerà ad insanguinare le strade di questo Paese. E non vorrei che ci si dimenticasse che le Brigate Rosse non sono nate nelle fabbriche ma nelle università. E che gli slogan che usavano li avevano usati prima di loro il Movimento studentesco e la sinistra sindacale».

E’ dunque possibile che la storia si ripeta? «Non è possibile, è probabile. Per questo dico: non dimentichiamo che le Br nacquero perché il fuoco non fu spento per tempo».

Il Pd di Veltroni è dalla parte dei manifestanti. «Mah, guardi, francamente io Veltroni che va in piazza col rischio di prendersi le botte non ce lo vedo. Lo vedo meglio in un club esclusivo di Chicago ad applaudire Obama…».

Non andrà in piazza con un bastone, certo, ma politicamente… «Politicamente, sta facendo lo stesso errore che fece il Pci all’inizio della contestazione: fece da sponda al movimento illudendosi di controllarlo, ma quando, com’era logico, nel mirino finirono anche loro cambiarono radicalmente registro. La cosiddetta linea della fermezza applicata da Andreotti, da Zaccagnini e da me, era stato Berlinguer a volerla… Ma oggi c’è il Pd, un ectoplasma guidato da un ectoplasma. Ed è anche per questo che Berlusconi farebbe bene ad essere più prudente».

[Fonte: Intervista di Andrea Cangini per «Quotidiano nazionale»]

23 ottobre 2008

Heisenberg e noi

C’é una trasmissione radiofonica che molte volte offre spunti per riflessioni interessanti.
Questa mattina il tema era la comprensione delle leggi fisiche, dei principi, dei teoremi al di lá di mandarne a memoria la dizione canonica.
Scollinato il principio di Archimede, un radioascoltatore chiama dal CNR di Ginevra e offre una spiegazione del principio di indeterminabilitá (o indeterminazione) di Heisenberg (per i curiosissimi ecco il link per saperne di piú e meglio).
La frase che mi sembra piú adatta a sintetizzare tale principio, dice che “a un livello elementare, l’universo fisico non esiste in forma deterministica, ma piuttosto come una collezione di probabilità, o potenziali.”
Ció a dire che anche solo osservando, si modifica ció che si guarda cosí da vederlo modificato.
La spiegazione da Ginevra é carina: immaginiamo di voler osservare un’automobile in un ambiente buio. Illuminando l’oggetto, gli faremo piovere addosso delle particelle luminose che rimbalzando su di esso colpiranno il nostro occhio e ci consentiranno di vedere. Giá cosí l’oggetto é diverso da come in realtá era al buio. Ma ipotizzando le particelle luminose di dimensione molto maggiori, al limite paradossale della stessa autovettura che vogliamo vedere, va da sé che queste colpendo l’auto la modificheranno in minuscoli pezzettini, cosí da offrirci una visione assolutamente diversa dell’oggetto originale.

… … …

Mi chiedo cosa accadrebbe se ognuno di noi osservasse il mondo e tutto ció che accade con un sentimento di bontá.

p.s. “Ed è questa interpretazione che Einstein stava mettendo in discussione quando disse: “Non credo che Dio abbia scelto di giocare a dadi con l’universo”.
Bohr, che era uno degli autori dell’interpretazione di Copenaghen rispose: “Einstein, smettila di dire a Dio cosa deve fare”, a cui Feynman aggiunse “Non solo Dio gioca a dadi, ma li lancia dove non possiamo vederli”.

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