Feeds:
Articoli
Commenti

Caro Pigi

Caro Pigi,
(giusto per non confonderci con il compianto Lello di bicromatica memoria Rai, né con il fine paroliere e compositore Samuele, perché di spettacoli e show forse ne abbiamo giá abbastanza) quindi dicevo, caro Pigi, domenica sono venuto a votarti.
Un bel sorriso mi si é allargato nel vedere tanta gente in coda a metá mattina, mi si é stretto un po’ nell’osservare che ero il piú giovane (…) ma poi mi son detto che forse i giovani stavano ancora ripigliandosi dal sabato sera. E comunque tre milioni di persone non sono poche, soprattutto considerando la volontarietá del gesto.

Ma veniamo a noi, che anch’io -nel mio piccolo- c’ho da fare.
Diceva l’Avvocato Agnelli che “la politica é l’arte del possibile”.
Quindi, non é che mi abbia sorpreso l’immediata apertura a Di Pietro, anzi; ed é un buon viatico politico perché magari aprirai -per raggiungere una percentuale degna di competere- anche a coloro che al momento sono incredibilmente extraparlamento ed offrirai loro la chance di rientrare a rappresentare chi, come me, si sente un tantino orfano. Come? non l’avevi capito? eppure avevo parlato chiaro: sí, é un matrimonio temporaneo e di interesse il nostro.
A meno che adesso non vi avviciniate voi a me, che io giá l’ho fatto, e che tra le tantissime cose:
1) liquidiate la Signora Binetti e spendiate una parola presso la Santa Sede per una sua subitanea ed aeterna investitura a perpetua del Pastore Tedesco;
2) prendiate un’unica posizione positiva verso il testamento biologico;
3) apriate compatti al rispetto di tutti, etero, omo, bianchi, neri, logorroici e muti, ciechi, sordi, diversamente abili, inabili del tutto, mediamente abili e quant’altri,
 e 4) la smettiate di chiedervi -che dall’aprile 2008 ad oggi tempo ne avete avuto- ed incominciate a risponderci, offrendoci davvero un’alternativa realizzabile.

Basta nani, ballerine, “ferrarini”, minorenni e minorate, canzoni napoletane cantate al cielo estivo lassú, palazzi “graziosi” zeppi d’arrivismo e triste rincorsa ad una virilitá ridicolmente esposta, apparire apparire apparire.
Forza Pigi, cerchiamo di essere davvero, questa volta.

(Breve pausa dallo sport domenicale: lancio del ferro su mucchi di bucato. Grazie al cielo, la caldaietta non ha una capacitá infinita…)

C’era una volta un grido che ci univa, per quanto di discutibile caratura culturale. Undici italiani che correvano cercando di essere i migliori e di rappresentarci e di farci eccellere agli occhi del mondo intero, spinti da un grido che oramai abbiamo dovuto strozzarci in gola da anni, da quando lui ha deciso che era roba sua.

Poi, il 25 Aprile: ha cercato di trasformare la festa per la Liberazione dell’Italia nella sua festa, che il suo popolo della libertá oramai é un trademark, omologato, alla faccia della libertá.

Poi di tentativi di appropriazione indebita, ce ne sono stati svariati altri. Brevemente -che la caldaia mi chiama-, ricorderei il Lodo Alfano -incostituzionale- ora finalmente cancellato. Per giustizia. E allora vuole prendersi la revisione della NOSTRA Costituzione e giá che é in ballo anche della NOSTRA Giustizia, magari con un referendum. Magari…
E siccome sti comunisti son dappertutto (*), anche la libertá di stampa vá ridimensionata, eccheccazzo!
Tralascio ogni commento sul nucleare (ma non c’era stato un referendum dal quale uscí che gli italiani proprio no lo volevano? e chiedergli di nuovo?), sul ponte di Messina (non frega ai messinesi né ai reggini, é uno spreco e pure pericoloso….), …

Prima di chiudere una precisazione: il nostro guaio non é lui.
É la mancanza di un’alternativa credibile.
Ma nell’attesa (Godot???), forse é il caso di ridimensionare le aspettative e di fare almeno un passo.

Dunque, prima che cerchi di appropriarsi anche della Rivoluzione, (roba da comunisti, sí, ma che all’uopo potrebbe anche essergli utile, magari senza passamontagna ma con il doppiopetto) io il 25 Ottobre Bersani lo spingo.
Un passo alla volta. É forse questa l’unica strada per tentare un cambiamento. Poi pian piano magari rientreranno i gruppi extraparlamentari di oggi (ma non di ieri) e se siamo fortunati ritroveremo la dignitá del nostro Paese davanti al mondo, un Paese che potrá anche incitare i propri rappresentanti in mutande che corrono sull’erba con quello storico grido che appartiene a tutti, senza sentirsi fascisti mascherati. 

(*)ma mi domando: se lui rasenta oltre all’onnipotenza anche il 72%, come diamine puó un misero 28% spaventarlo cosí tanto? avrá mica un problema????

A.A.A….

Se non avessi scelto di…
Se avessi dato retta a…
Se invece di, avessi preso…
Se…
Ma non é che i se cambiano i fatti. E neppure riportano indietro.

Un caffé in Piazza Carlo Alberto ed una passeggiata in Piazza Carignano col sole caldo d’autunno, sono sempre un’attrazione alla quale cedere é dolce ed impossibile per me resistere.

Rientravo a casa per pranzo.
Il sole sul giubbino era talmente piacevole, che spingere oltre ai 50/60 all’ora il Beverly era davvero un peccato.
Mi godevo il verde del Valentino alla mia sinistra, evitando accuratamente i tombini ma non il profilo della collina.
Cinquecento metri prima, un’auto uscendo da un distributore a momenti mi fa cadere immettendosi sulla mia strada senza vedermi. La scanso e lei si ferma. Bestemmio dicendo “…guarda quanto poco ci vuole…”.

Cinquecento metri dopo, la punto, a cento metri dal semaforo al quale avrei svoltato, si sposta nella corsia di sinistra, temporaneamente la mia.
Tra lei e lo spartitraffico -una lingua d’asfalto rialzata di una ventina di centimetri e largo una settantina- non ci sarei passato lento cosí. E forse neppure piú veloce.
Se davvero fosse stata davanti, l’avrei tamponata la punto.
Invece freno. La strisciata sará di dieci metri.
Sento il posteriore muoversi ma sono ancora dritto.
Poi la mia ruota anteriore sbatte forte e sorda contro la parte inferiore della portiera piegandomi a sinistra.
Il colpo al casco é forte. Alla spalla anche ma quando mi fermo la prima cosa che guardo sono le mani. Poi vedo la moto a cavallo dello spartitraffico con il posteriore in aria. Io sono sullo spartitraffico venti metri prima.
Il piede sinistro punge fortissimo ma lo muovo. Il dorso del pollice della mano destra sanguina parecchio e mi sembra gli manchino un paio di tessere. Il gomito brucia, l’avambraccio pure cosí come il ginocchio. La conta dei danni al volo sembra tutta lí.
Mi alzo e non barcollo. Strano: avrei giurato che avrei visto le stelline ed avrei dovuto chinarmi per non svenire. Invece nulla. Tolgo il casco e provo la stabilitá delle gambe: anche la sinistra, la cui caviglia non punge piú ma frigge, mi regge bene.

L’auto che ho colpito é tra le due corsie un po’ di traverso.
Subito mi dico che mi é andata bene per due motivi, entrambi legati allo spartitraffico ma incongruenti: potevo restare tra il gradino e la moto e mi sarei spezzato; sono rotolato e rimasto sullo spartitraffico senza il quale sarei finito nell’altra carreggiata mentre le auto arrivavano in senso contrario.

Tornando a casa a medicarmi, che di domenica in ospedale il personale é poco e poi in fondo sono vivo (…), guido la moto ancor piú adagio, e penso a cosa sarebbe potuto succedere a chiunque fosse stato a bordo con me.

Conclusione: vendesi Piaggio Beverly 500cc, Aprile 2006, Euro 3, 5000km, graffiato un poco a sinistra, perfetto a destra: interessa?

Imparando ancora

Le Molinette é un ospedale. Il San Giovanni “vecchio”.
É immenso e c’é di tutto.
I sotterranei che lo percorrono ricordano un po’ un essere vivente, con quelle ragnatele di tubi dell’acqua, del riscaldamento, dell’elettricitá a mó di vene e arterie, e quel via vai di carrelli dei pasti, di barelle piene e vuote, di esseri umani piú o meno indaffarati, piú o meno sofferenti, piú o meno smarriti, sconsolati, (in)consapevoli come glubuli vari.

Quando l’ho attraversato insieme a te e alle due infermiere che guidavano la barella, alla partenza hai iniziato a raccontare i tuoi ottant’anni dall’inzio e quando siamo arrivati eravamo poco dopo il tuo secondo incontro con la tua futura prima sposa, secondo incontro avvenuto esattamente come il primo ma esattamente 6 mesi dopo. Esattamente.
É stato allora che mentre ti salutavo rassicurandoti che mi avresti trovato lí uscendo dalla sala operatoria, mi hai chiesto di pregare la tua seconda sposa, la mamma. La mia.

Oh cazzo: in tante settimane di quotidiani pranzi e cene, non mi hai mai detto nulla di lei, neppure un aneddoto, un ricordo, un pensiero ed ora ecco che sul baratro del chissá-se-me-la-cavo…
L’ho pregata, certo, come avrei potuto non farlo? e credo abbia ascoltato e provveduto. Son certo che non avrebbe mai potuto chiedere a me qualcosa che lei non avrebbe fatto, seppur con diverse modalitá: ecco perché credo di sí.

É passato circa un mese da allora. L’operazione é andata bene, sei tornato sulla sedia a rotelle in quella che oramai é la tua casa da 5 anni, la tua malattia rara te la terrai ma va molto meglio, l’umore resta invidiabile e ieri hai mangiato da solo dopo svariati mesi.
Perché lo scrivo? Per ricordarmene rileggendomi, per non dimenticare ció che penso oggi in merito a quando non saró piú autosufficiente e per ricordare quel che ci siamo scambiati dal 5 agosto scorso, che c’é sempre qualcosa da imparare, non foss’altro quanto siamo fragili.

14 Settembre 2009

Ricorda questa data.
Ricordala perché la prossima con un significato analogo non ci sará prima del 2014.
C’é chi ama chiamarla quarta ginnasio e chi prima liceo.
Io mi son sempre chiesto dove fossero la prima la seconda e la terza ginnasio ed anche perché non chiamarla quarta media…ma sai, io sono uno che si pone sempre molte domande.
E bada bene: molte non significa troppe: troppe é inutile, é stancante, é ma-chi-se-ne-frega; molte invece significa tanto, stancante ma utile perché-capire-frega-eccome.

Domani inizia un cambiamento che comprenderai da sola ed in fretta.
Che imparerai ad affrontare e a vivere per superarlo e crescere ancora.
Un impegno importante come tutti gli impegni, importante come ció che conta, importante come ció che importa a te.
La mia fiducia in te é assoluta, lo sai…non é un temporale a fine Luglio a farmi dire che l’estate é andata: il sole splende sempre e comunque.
Come te, splendida.

Una cosa sola ancora, Giulia.
Non é una novitá ma una certezza…che non annoia, che le certezze -piú si cresce piú si comprende appieno- fanno bene al cuore.
Ti voglio scrivere che io saró lí, accanto a te, domani e sempre e ancora.

Tattoo

Pensavo: “prima o poi troveró un soggetto che mi piace cosí tanto e con un significato che vorrei non scordarmi mai che, allora, potrei decidere di tatuarmelo.”

Dopo circa tre anni senza mai avere un dubbio, ho deciso.
É madre natura, vita.
Quella delle piccole cose, dei desideri, dei sogni e del reale.
Quella in cui affondano le mie radici ed il mio credo; quella in cui la delicatezza e l’intensitá si fondono, in cui respirare é possibile, come acqua che nutre la terra che poi, evaporando, nutre a sua volta l’aria.

L’artista dell’originale non lo conosco. É art nouveau, potrebbe essere Mucha ma forse no.
L’artista che mi ha tatuato invece lo conosco e se non fosse rientrato in Italia dagli Stati Uniti probabilmente non l’avrei fatto. Invece…

 

life

Line up, oh yeah! ;-)

Come anticipato, ecco qualche riga per i componenti dei c-side, la line up in inglese, che fa un casino figo ;-)
In ordine rigorosamente alfabetico di nome, perché qualsiasi criterio si scelga, comunque ci sará qualcuno prima e qualcuno dopo.
Sono cinque e la sintesi si impone, ahimé…

14giugno09

c-side 14giugno09

Fab – lead guitar & vocal
Eravamo seduti accanto ad una cena di un matrimonio. L’aperitivo era stato decisamente bello, bello e abbondante: gazebo immacolati nel prato all’inglese al tramonto, sushi e pescini fritti leggeri innaffiati di bianco freschissimo ” a gagganella”.  Al settimo flute, ci accomodiamo al tavolo e dopo un po’ parliamo di musica che entrambi amiamo e cosí mi chiede se avessi voglia di provare a suonare con lui e altri due ragazzi reduci da una rock band sciolta. Lo avviso che sono venticinque anni che non suono piú se non raramente con qualche amico davanti ad una bottiglia di barbaresco o davanti ad un faló sulla spiaggia, ma gli dico “perché no?”.
Nella mia vita, non ho praticamente mai avuto amicizie maschili. Amicizie con la A maiuscola intendo: sempre pronto a fare branco ma con dei princípi padri di limiti determinanti per il sistematico fallimento di un rapporto piú profondo. Con lui invece funziona. Forse perché anche lui ha princípi molto simili ai miei o forse perché é dei pesci come me, quattro giorni prima, o piú semplicemente perché quando un’amicizia nasce e funziona non stai a domandarti molto: la vivi e ne sei contento.
É un sognatore pratico, di quelli che hanno il cassetto pieno zeppo di sogni che peró sono realizzabili. E quando riesce a concretizzarne uno, subito un altro nuovo vá a riempire lo spazio.

Francesco – lead vocal
Arriva per ultimo a completare la formazione. Un arrivo fondamentale per diversi motivi: senza voce non si suona da nessuna parte e lui, di voce, ne ha un bel po’; l’apporto musicale delle sue conoscenze é messo subito a disposizione di tutti con grande iniziativa ed efficacia; l’unica cosa che chiede é la serietá e qui -lo scopre in fretta- ce n’é da vendere. E da vendere ne ha pure lui.
Arguto, attento e disponibile, sa entusiasmarsi ed entusiasmare senza essere invadente o pesante. Condivide e critica con il giusto peso sempre. Tiene il palco senza esagerazioni eppure con sapiente magneticitá.
Tre mesi, quasi quattro oramai, ma é come se ci fosse sempre stato. L’integrazione, anche qui come ovunque, non dipende solo dal singolo bensí anche dall’ambiente che lo accoglie: “voler far parte” resta il punto fondamentale, ma senza il dovuto modo e senza la volontá di chi c’é giá, la riuscita non é mai scontata.

Maci – keyboards
É il piú giovane ma lo scrivo giusto per iniziare perché non significa un granché. Anzi: dalle conoscenze e competenze musicali che ha, per non dire delle sue preferenze, potrei annoverarlo tra i piú vecchi.
É riservato ed anche un po’ timido, ma non manca di battute a raffica, demenziali e non, estrapolate da cult movie (spesso da cassetta ma proprio per questo piú inedite ancora). Scrive testi che gelosamente custodisce e non diffonde ma che meriterebbero un pubblico attento: saper cogliere aspetti della vita troppo spesso trascurati e saperli mettere nero su bianco é dote rara.
Dei tasti bianchi e neri fa quello che vuole, transige con gli altri ma non con se stesso ed i risultati della band molto dipendono da questa impostazione.

Rob – bass guitar
Dopo quasi due mesi di ricerche senza aver trovato nessuno, finalmente ci risponde lui. É bastata una prova per capire che avrebbe completato la sezione ritmica eccezionalmente. La serietá, il buon senso e la simpatia non mancano per nulla: c’é tutto in giusta misura.
Preciso, pulito, ricco di varianti, esperto e puntiglioso nell’esecuzione, dedica molto tempo a preparare la parte cosí che quando ci troviamo per provare qualcosa di nuovo, lui é giá avanti. Gli assoli su quelle quattro corde di cosí grande calibro, sono perle con le quali solo i grandi sanno cimentarsi: non esagero! Basta ascoltarlo.
A dispetto dell’etá che non dimostra affatto, l’entusiasmo é quello di un quindicenne. Mi chiedo solo come faccia a resistere in forma cosí con quei manicaretti che sua moglie prepara senza sosta…!

Simo – drums
E siamo all’ultimo in ordine alfabetico.
Facile dire “é un personaggio”. Secondo me é un’incarnazione del “genio e sregolatezza”, ma non tanto per il suo stile di vita -comunque mai opinabile- quanto per l’improvvisazione inaspettata miscelata all’esattezza nella comprensione del brano e nella capacitá di focalizzare i punti su cui intervenire.
É spesso inaffidabile, eh sí, peró é buono nonostante appaia (o cerchi di apparire) burbero, picchia su quelle pelli come solo i migliori han fatto a cavallo tra il 1968 e il 1978 e quasi sempre basta uno sguardo o un sorriso per capirsi al volo e sapere d’esser sulla via giusta o operare le dovute correzioni.
Live trascina ed entusiasma tutti. In sala prova completa la sua batteria con l’immancabile cellulare: come faccia non so, ma probabilmente riesce a scrivere sms anche durante una rullata… lo spieró per carpirgli il segreto!

Ecco, queste sono le cinque anime dei c-side. Mica pizza & fichi!
Ne scrivo per entusiasmo, per un sogno realizzato e che dura anche grazie a loro, perché ci sono giorni in cui non proviamo anche se vorrei tanto e mi mancano, mi mancano loro e la musica che suoniamo.
Di me scrivo solo una cosa: che loro meritano di meglio da me.
E faró in modo di darglielo.

three years later

“l’insegnamento scolastico é una vocazione, saper insegnare la vita un dono.”

Cosí le ho detto, perché in questi ultimi tre anni quella donna ha aiutato non poco G a crescere.
A crescere nella vita, ad imparare a confrontarsi con se stessa e con gli altri, a tollerare ed anche a ribellarsi. A esprimersi. A scrivere. A essere.

La pagella piú bella é stata vederle parlare vis á vis. E abbracciarsi alla fine.

I voti e i giudizi valgono quel che valgono.
Alle anime speciali, non si danno.
Ma le anime speciali bisogna saperle riconoscere.

c-side

C’é un istante preciso in cui comprendi che basta lasciarsi andare.
In cui non importa se l’ultima volta era il 1983 o il 1984.
E neppure che la penultima fosse nel 1979.

In cui l’adrenalina serve e non ostacola, in cui ci sei e lo sai e non sei solo, in cui smetti di contare le facce che vedi e le mani che stringi, in cui basta davvero lasciarsi andare e fare ció che sai che basterá comunque.
In cui ti rendi conto che sei parte di un gruppo solido al di lá del pentagramma, che se anche tu dovessi scivolare loro ti sorreggeranno; come tu faresti con loro.
In cui definisci i cardini del gruppo nelle aperture, nelle pause, nelle sospensioni, negli interludi, nelle chiusure e di quanto averci lavorato su giocando seriamente sia servito.
In cui finalmente stai realizzando ció che tanto hai sognato.

Una meta, sí.
Ma soprattutto un punto di partenza con stabili fondamenta.

 

Della band ne scriveró a parte, che merita spazio :-)

Interno cortile. Sera.

Rondini si inseguono in girotondo, urlando felici. Forse.
Strisce bianche d’aerei alti e lontani nel cielo che tramonta.
Finestre e porte spalancate,
posate scontrano piatti nelle luci accese.
Calore.
Tv lontane, voci indistinguibili, comunque vane.
Sigaretta che si consuma piú dell’inchiostro della penna.
Tetti grigi e tetti rossi, antenne parabole fili da stendere
e lenzuola stese su di un terrazzo che potrebbe esser Roma.
Un balcone due porte una coppia:
non comprendo le parole ma cosa importa se poi non ci son sorrisi
e lei imbocca una via e lui l’altra…
Al piano sotto una porta sola ed una finestra…sono sposati da due anni.
La ricordo lei, giapponese in abito tradizionale, fior di loto senza tempo.
Lava i piatti ora e lui guarda sperso nel cortile.
Sono il tempo vuoto che passa e che svuota.

La caffettiera é pronta, i fornelli son puliti, la lavastoviglie va, chissá dove.
Lontano ancora rumore di tazzine, di posate e di piatti.
Ci sará silenzio.
E calore ancora, per fortuna, per davvero.

Imparando…

La mia interpretazione del bacio di mia figlia di questa sera mi ha detto che nonostante l’aver ammesso un errore, non ho difettato in coerenza tra ció che ho detto a lei prima e ció che ho sostenuto poi, battagliando, pubblicamente. E pur con l’ammissione d’errore, il principio é rimasto saldo. E lo rimane.
Al termine, il suo fare il giro del tavolo -che é rotondo, al limite ovale che qui differenza non c’é- e baciarmi sulla guancia mi ha detto che ok, forse di fondo c’era un errore di valutazione, ma un ideale ha sempre il suo valore.
E difenderlo lo ha, inestimabile.
Come quel suo bacio per me.

Ecco, é il vuoto.
Laggiú in fondo brillano fioche lanterne.
Cosí ondeggianti, cosí lontane…
Sfumano col calore dell’anima
gli lievi strati d’umido incantando
come in una favola il bosco di speranze.
Sposto aria agitandomi con cautela,
l’aria che resta immobile ed immobilizzata.

Complice di terra pregna e florida,
immagino le mie ossa di torrente impetuoso
farsi placido cauto fiume,
prolifico di memoria e nulla piú;
vedo scintillare cartilagini di ció che é stato
allungarsi invano verso prati e fiori irraggiungibili.

Ecco il vuoto che sono.
Il senso smarrito eppur lucidamente presente.
Saper di non sapere.
Conscio di non potere.
Dubbioso e pavido nel volere.
Incapace di volare, di nuotare, di quella leggerezza
sorridente che non ho.

(anonimo)

Quaranta di Ottanta

Quando ho finito di imboccarti, per fare un po’ di conversazione, ti ho fatto una domanda.
Mica a caso. Scelta.
Cosí, considerando che stavamo festeggiando i tuoi ottant’anni, ti ho chiesto quale fosse tra quelli tondi -dieci, venti, trenta…- il compleanno che ricordavi come piú importante.
Ci hai pensato su un pochino, mica molto e mi hai risposto piú o meno cosí.

“I quaranta. Perché a quarant’anni ti rendi conto di quante cose credevi di sapere ed invece ignori e di quante ancora non sai, prendi coscienza di te, consapevolezza e con maturitá rinnovi la curiositá per la vita.”

Ammetto d’aver sempre provato un certo fastidio nel sentire persone dirmi della mia somiglianza a te, papá. E credo di aver capito -e non risolto- le ragioni del mio fastidio, che peró non riporteró qui, almeno ora.
Tuttavia, non voglio non ammettere che in quest’ultimo anno ho scoperto di te aspetti che mai avevi mostrato prima, sia affettivamente che umanamente e che apprezzo molto.

Rimagono ferme le mie speranze per i miei ottant’anni, ma sono sicuro che anche per me i quaranta saranno gli anni che ricorderó come i piú importanti e per le stesse tue ragioni.

Ora, non mi resta che imparare il tanto che non so.

da Baricco =-)

1. Il pannolino può essere cambiato per tre ragioni: a) perché lo dice la mamma; b) perché lo dice la suocera; c) perché il bimbo ha cagato. Naturalmente il gesto perde, nei primi due casi, gran parte della sua drammaticità. Il vero, autentico, cambio di pannolino prevede la presenza della merda. Di solito accade così. La mamma prende in braccio il bambino, lo annusa un po’ e dice, con voce gaia e piuttosto cretina: “E qui cosa abbiamo fatto, eh?, sento un certo odorino… cosa ha fatto l’angioletto?”. Poi la mamma va di là e vomita. A questo punto si riconosce il padre di sinistra dal padre di destra. Il padre di destra dice: “Che schifo” e chiama la tata. Il padre di sinistra prende il bambino e lo va a cambiare.

2. Il pannolino si cambia, rigorosamente, sul fasciatoio. Il fasciatoio è un mobile che quando lo vedi a casa tua capisci che un sacco di cose sono finite per sempre, tra le quali la giovinezza. Comunque è studiato bene: ha dei cassettini vari e un piano su cui appoggiare il bambino. Far star fermo un bambino su quel piano è come far stare una trota in bilico sul bordo del lavandino. È fondamentale non distrarsi mai. Il neonato medio non è in grado quasi di girarsi sul fianco: ma è perfettamente in grado, appena ti volti, di buttarsi giù dal fasciatoio facendoti il gesto dell’ombrello: pare che si allenino nella placenta, in quei nove mesi che passano sott’acqua. Dunque: tenere ben ferma la trota e sperare in bene.

3. Una volta spogliato il bambino, appare il pannolino contenente quello che Gadda chiamava “l’estruso”. È il momento della verità. Si staccano due pezzi di scotch ai lati e il pannolino si apre. La zaffata è impressionante. È singolare cosa riesca a produrre un intestino tutto sommato vergine: cose del genere te le aspetteresti dall’intestino di Bukowski, non di tuo figlio. Ma tant’è: non c’è niente da fare. O meglio: si inventano tecniche di sopravvivenza. Io, ad esempio, mi son convinto che tutto sommato la merda dei bambini profuma di yogurt. Fateci caso: se non guardate, potrebbe anche sembrare che vostro figlio si è seduto su una confezione famiglia di Yomo doppia panna. Se guardate è più difficile. Ma senza guardare… Io con questo sistema sono riuscito a ottenere ottimi risultati: adesso quando apro uno yogurt sento odor di merda.

4. Impugnare con la mano sinistra le caviglie del bambino e tirarlo su come una gallina. Con la destra aprire la confezione di salviettine profumate e prenderne una. Neanche il mago Silvan ci riuscirebbe: le salviettine vengono via solo a gruppi di ottanta. Scuotete allora il blocchetto fino a rimanere con tra le dita un numero di salviettine inferiore a cinque. A quel punto, di solito, la gallina-trota, stufa di stare appeso come un idiota, dà uno strattone: se non vi cade, riuscirà comunque a spargere un bel po’ di cacca in giro. Tamponate ovunque con le salviettine profumate. Ritirate su il pollo e con gesto rapinoso pulite il sedere del bambino. Posate le salviettine usate nel pannolino, e chiudetelo. A quel punto la vostra situazione è: nella mano sinistra, un pollo-trota coi lineamenti di vostro figlio. Nella mano destra, una bomba chimica.

5. NON andate a buttare la bomba chimica! La trota scivolerebbe per terra. Quindi posatela nei paraggi (la bomba, non la trota) registrando il curioso profumo di yogurt che si spande nell’aria. Senza mollare la presa con la mano sinistra usate la destra per detergere a fondo e poi passate all’olio. Ve ne versate alcune gocce sulla mano. Esse scivoleranno immediatamente giù verso il polso, valicheranno il confine dei polsini e da lì spariranno nell’underground dei vostri vestiti: la sera ne troverete tracce nei calzini. Completamente lubrificati, passate alla Pasta di Fissan, un singolare prodotto nato da un amplesso tra la maionese Calvè e del gesso liquido. Ne riempite il sedere del pollo, e naturalmente ve ne distribuite variamente in giro per giacche, pantaloni ecc. A quel punto avete praticamente finito. A quel punto il bambino fa pipì.

6. Il bambino non fa pipì a caso. La fa sul vostro maglione. Voi fate un istintivo salto indietro. Errore. La trota, finalmente libera, si butta giù dal fasciatoio. Ritirate su la trota e non raccontate mai alla mamma l’accaduto.

7. Prendere un pannolino nuovo. Capire qual è il lato davanti (di solito c’è una greca colorata che aiuta, facendovi sentire imbecilli). Inserire il pannolino tra le gambe del bimbo e chiudere. Il sistema è stato studiato bene: due specie di pezzi di scotch, basta una piccola pressione e il pannolino si chiude. Sì, ma quanto si chiude? Così è troppo stretto, così è troppo largo, così è troppo stretto, così è troppo largo. Si può arrivare anche a una ventina di tentativi. È in quel momento che il bambino inizia a intuire di avere un padre scemo: giustamente manifesta una certa delusione, cioè inizia a gridare come un martire. Da qui in poi si fa tutto in apnea e in un bagno di sudore.

8. Nonostante i decibel espressi dal bambino, mantenere la calma e provare a rivestire il bambino. È questo il momento dei poussoir. Quando Dio cacciò gli uomini dal paradiso terrestre disse: partorirete con dolore e dovrete chiudere le tutine dei vostri figli coi poussoir. Per chiudere un poussoir bisogna avere: grandissimo sangue freddo, mira eccezionale, culo della madonna. Il numero di poussoir presenti in una tutina è sorprendente e, perfidamente, dispari.

9. Se, nonostante tutto, riuscite a rivestire il bambino, avete praticamente finito. Vi ricordate che avete dimenticato il borotalco: il culetto si arrosserà. Pensate ai bambini in Africa, e concludete: si arrosserà, e che sarà mai. Quindi prendete il bambino e lo riconsegnate alla mamma. Lei chiederà: “L’hai messo il borotalco?”. Voi direte: “Sì”. Con convinzione.

10. Ripercussioni fisiche e psichiche. Fisicamente, cambiare un pannolino brucia le stesse calorie di una partita di tennis. Psichicamente il padre post-pannolino tende a sentirsi spaventosamente buono e in pace con se stesso. Per almeno tre ore è convinto di avere suppergiù la nobiltà d’animo di Madre Teresa di Calcutta. Quando l’effetto sparisce, subentra un irresistibile desiderio di essere single, giovane, cretino e un po’ di destra. Alcuni si spingono fino a consultare il settore “Decapottabili” in Gente Motori. Altri telefonano a una vecchia ex fidanzata e quando lei risponde tirano giù. Pochi dicono che devono andare a comperare le sigarette, escono e poi, tragicamente, ritornano. In casa li avvolge la sicurezza del focolare, il tepore di sentimenti sicuri, e un singolare, acutissimo profumo di yogurt.

Alessandro Baricco

A Giulia.

A te,
che sei come me,
che sorridi con le mie labbra,
che guardi attraverso le mie ciglia,
che palpiti col mio cuore
e trepidi ad ogni emozione col mio animo.

A te,
che ci siam sentiti da lontano
riconoscendoci al primo abbraccio
che mai si é interrotto,
sollevandoci a turno,
senza riserva di forze.

A te,
che nel mio silenzio hai saputo scoprire
l’amarezza, il dolore, l’Amore, la voglia di vivere
e sei stata l’unica a saperlo chiamare col suo nome,
difficile da concepire piú ancora di pronunciarlo:
“minore infelicitá”.

A te,
che hai preso tutta la mia gioia di vivere,
che hai cantato con me ballando
sotto stelle e note morbide e rudi,
imparando a riconoscere nella musica e nella vita
il piacere e il dispiacere, il bene e il male,
il giusto e lo sbagliato, la coerenza e l’onestá.

A te,
il mio esserci sempre e comunque,
le mie ferite e le mie guarigioni,
le mie sconfitte e i miei successi,
il mio amore senza condizioni,
come in questi primi quattordici anni
tutto quel che sono, senza limiti.

Buon compleanno,
papá

Articoli precedenti »