Il tavolo della cucina giallo, fórmica fine anni ‘60.
Le sedie di legno verniciate di bianco ed il sedile impagliato coperto da un cuscino a fiori.
Dovevamo stare ad osservarti, seduti in silenzio, senza appoggiarci al tavolo che avrebbe potuto muoversi, mentre compilavi qualcosa.
Le tue mani scrivevano precise, come precise muovevano le aste mobili del regolo logaritmico con il quale calcolavi tutto. Ancora oggi, ogni volta che un elicottero attraversa la mia vita, il mio pensiero torna a quei tuoi calcoli, i cui risultati sono lí, sono in quella macchina volante cosí speciale, capace di restare sospesa in aria, con quei rotori nati dal tuo regolo e dalle tue mani.
La gettata di cemento tiene insieme gli scogli che solo piú avanti riescono a farsi schiaffeggiare dalle onde. Sotto i piedi una sensazione ruvida e di sole d’agosto.
Ti affacci dal bordo e poi arretri per prendere la rincorsa; corri tagliando trasversalmente il molo, salti e a volo d’angelo fendi l’acqua…quando sparisci alla vista il tuffo non é finito. Ogni volta lo spiegavi a quel bambino che stanco si aggrappava ai tuoi piedi tornando a riva dalla boa: c’erano gli scogli sommersi da evitare, una svolta subacquea in velocitá piú adatta ad un pesce che ad un ariete. Eppure ti é sempre riuscita…forse basta nascere al mare…
Il salone delle feste risplende di fasti d’altri tempi ma ancora marziali e formali. Grandi specchi, lampadari fitti di gocce di cristallo, posate d’argento, piatti di porcellana bordati d’oro.
Non arrivo ancora al bordo del tavolo, forse ho un polveroso cuscino tra me e la sedia ma ti osservo sbucciare la frutta con forchetta e coltello senza filo, con incomprensibile perizia e risultato perfetto. Nel vuoto della mia etá sono tanto strabiliato quanto stupito da tanta presunta inutile capacitá.
Ho cercato un impercettibile movimento delle tue mani e delle tue gambe mentre spiavo lo sforzo che si dipingeva sul tuo viso senza sortire alcun effetto.
Ho acceso per te una sigaretta e l’ho tenuta tra le mie dita mentre aspiravi avido e impaziente.
Ho abbracciato il tuo vuoto sedendoti sulla carrozzina.
Ho accarezzato i tuoi capelli bianchi sorridendoti per rassicurarti.
Avrei voluto camminare fino a casa, attraversando i campi e i prati che da te si distendono fino alla collina che tanto amo.
Non l’ho fatto ma lo faró, un giorno.
In un qualche modo sará quella passeggiata con mio padre per la quale non é mai stato e non é piú tempo.
sei sicuro che non sia più tempo? non è necessario camminare tra i prati, a volte basta abbracciare quel vuoto
solo per te, ste, le ultime parole di mio padre: che peccato, quante occasioni di felicità abbiamo perduto.
c’è ancora tempo, per te e per lui, non lo sprecare.
Non mi sento di dirti nulla, i vuoti e le assenze sono così pesanti, schiacciano i pieni e ci impediscono di andare oltre, di pensare un po’ più in là dal silenzio di ieri e di oggi.
Solo tu sai se colmare o lascir perdere, solo tu puoi sentirlo.
Un abbraccio.
un abbraccio.
A volte si scrive quel che non si ha il coraggio di far leggere.
Nemmeno fra i pensieri.
Quel che non si è fatto, non si farà, non ha importanza.
Quel che serve è solo amare, anche da fermi.
É vero, ci sará ancora tempo, di quello nuovo, ce n’é giá.
Quello passato é finito e non ci saranno abbracci per quel pieno di nulla, ci saranno abbracci a riempire il vuoto di adesso.
Come farlo sto cercando di imparare…